Ieri mi avventuravo per i monti lucani in gita e in macchina ripercorrevo con la mente le immagini di tutti i porti di mare che ho fotografato. Era un controsenso, il paesaggio si apriva in una distesa di colline verdi e io rievocavo il mare, le banchine, le file ordinate di alberi alti delle barche ancorate pronte per salpare e la mia voglia di imbarcarmi sulla prima in partenza per una destinazione qualsiasi. Il mio richiamo per i porticcioli è sempre stato molto forte, ovunque sia andata, in qualsiasi città di mare sia stata, ne ho sempre fotografato il porto e non dimenticherò mai quello di Mar del Plata in Argentina in cui mi si è stagliato dinanzi un enorme cimitero di navi, ammasso di ferraglia arruginito lasciato lì in balia delle onde senza una meta finale dopo aver solcato chissà quanti oceani. Quando ho studiato le storie degli oceanografi e dei naturalisti più famosi, ho sempre sognato ad occhi aperti le avventure sul maestoso veliero Challenger o il giro del mondo sul Beagle con Charles Darwin durato quasi un lustro, ho sentito l'intenso desiderio di fare un'esperienza simile, ma i miei sogni si sono sempre immancabilmente infranti con la voglia dall'altra parte di costruirmi una famiglia, il mio porto sicuro, la concretezza di un impegno costante e dei doveri verso un uomo ed i figli. Forse ho perso troppo tempo, il momento in cui avrei potuto farlo è passato ed io non l'ho colto e forse rimarrò una donna dilaniata da due aneliti così in antitesi e così inconciliabili allo stesso tempo. Il mondo d'oggi corre troppo veloce e io non riesco a stargli dietro.